Le fontane

Le fontane.

Come abbiamo visto in un altro articolo, a Campipiani i due nuclei di case avevano ciascuno una loro fontana.
Era un luogo di ritrovo. Recarsi alla fontana e non trovare nessuno era una rarità. Anche alcuni animali furtivamente ne facevano uso. L’acqua era pure un’attrattiva per rettili, uccelli e insetti.

L’acqua era un bene prezioso: la si usava principalmente per abbeverare gli animali, e per la preparazione di cibo e per l’igiene. Vedremo tra qualche riga i dettagli di questo aspetto.

La fontane erano generalmente divise in tre sezioni e quelle di Campipiani non erano da meno. Ognuna di queste sezioni era rigorosamente utilizzata per un determinato servizio.
La prima sezione (abio), quella nella quale sgorgava l’acqua dalla sorgente, serviva per abbeverare gli animali e conteneva acqua pulita. Se l’accqua serviva per il consumo umano, veniva attinta direttamente dallo sgorgare della fonte, prima ancora che finisse nella vasca della prima sezione.
La seconda sezione (fontana) era alimentata dalla prima, per caduta: il surplus d’acqua della prima sezione traboccava e andava ad alimentare la seconda. Questa vasca era generalmente più grande della prima e aveva un piano inclinato su uno o due lati provvisto di tasche dove posare spazzola e sapone. Qui si lavavano i panni (abbigliamento e biancheria da letto, o da cucina) e conteneva acqua non più adatta al consumo umano/animale: l’acqua era infatti sporca dei saponi in soluzione e si presentava color latte.
La terza sezione (fontanelo), a sua volta alimentata dalla seconda, era la più piccola delle tre e serviva per lavare quanto c’era di veramente sudicio e puzzolente, o particolarmente sporco: come ad esempio fasciatoi di bambini (le fasce), biancheria di anziani non più autosufficienti, scarpe e stivali sporchi di terra.

Procurarsi acqua per uso domestico era una pratica quotidiana: per farlo si usavano due secchi (in rame, in lamierino zincato, o in legno) appesi ad un ‘bigòlo‘ portato a spalle. Una volta arrivata a casa serviva principalmente per la preparazione del cibo, per igiene personale, per lavare pentole, stoviglie e talvolta il pavimento in terracotta.

Altro uso rilevante, come anticipato qualche riga fa, era l’abbeveraggio degli animali, principalmente le mucche. Queste, a turno tra famiglie, con orari costanti mattino e sera, venivano liberate e lasciate uscire dalla stalla. Non serviva altro: in modo del tutto naturale si dirigevano in fila alla fontana dove potevano dissetarsi a volontà. Ancora senza intervento alcuno, altrettanto diligentemente, se ne tornavano ognuna al loro posta nella stalla. Naturalmente vi erano delle eccezioni quando tra loro c’era qualche capo giovane e con voglia di sgranchirsi le gambe, ma tutto sommato erano momenti divertenti che si concludevano in pochi minuti!

Naturalmente oltre a ciò vi erano usi che seppur sporadici sono da prendere in considerazione, come ad esempio abbeverare giovani piantine nell’orto o da frutto, mettere in ammollo vimini per renderlo flessibile, ecc…

Per i bambini e ragazzini invece era un diversivo piacevole osservare tutto ciò, ascoltare quando soprattutto le donne conversavano tra loro e qualche monellino con la fionda, cacciare tutto ciò che si muoveva!

Ma il divertimento sicuramente degno di nota è l’uso della fontana come piscina. Chiariamo subito: era una rarità. Allo scopo, dopo aver ottenuto il permesso dai grandi, il venerdì si svuotava la fontana aprendo il tappo posizionato in basso, la si puliva per bene e si rimetteva il tappo. Durante la notte si riempiva con acqua pulita, il sabato con sole estivo intiepidiva l’acqua e la domenica mattina ci si divertiva con dei piccoli tuffi e giochi d’acqua!

Un momento in cui i bambini utilizzavano la fontana come “piscina”. La ricostruzione è stata realizzata tramite AI da uno dei bambini protagonisti dell’epoca, un po’ cresciuto.

Se a Campipiani di Sopra avere una fontana sempre attiva, fresca e limpida era una certezza matematica – dato che la sorgente si trovava ad appena due metri dal tubo di erogazione –, a Campipiani di Sotto la realtà era decisamente diversa. Lì, l’acqua arrivava dopo aver percorso mezzo chilometro all’interno di una condotta di ferro arrugginito.

Questo lungo tragitto comprometteva non solo la qualità dell’acqua, ma anche la sua temperatura: in estate, sotto il sole battente, il terreno si scaldava a tal punto da intiepidire la tubatura, nonostante fosse interrata a ottanta centimetri di profondità. C’era poi il problema della portata. In condizioni normali servivano comunque diversi minuti per riempire un secchio da dieci litri; spesso, però, il flusso iniziava a ridursi progressivamente fino a scomparire del tutto, lasciando la contrada a secco.

I tubi dell’epoca erano in ferro nero, non zincato, e quindi estremamente vulnerabili alla corrosione. Per proteggerli, venivano avvolti e impregnati con uno spesso strato di catrame, che veniva fuso e applicato sul posto anche per sigillare i giunti. Con il passare degli anni, tuttavia, bastava la minima infiltrazione di umidità per far fiorire la ruggine sotto l’isolamento, sgretolando il metallo fino a bucarlo. Quando questo accadeva – ed era un evento frequente –, gli abitanti dovevano andare letteralmente “a naso”, senza l’aiuto di alcuna strumentazione, per individuare il punto esatto della perdita lungo il mezzo chilometro di tracciato. Potevano passare giorni di ricerche e scavi prima di riuscire a completare la riparazione.

A complicare ulteriormente le cose c’era il profilo del terreno. Dalla sorgente, la condotta doveva prima salire per superare un dosso – pendenza che impediva all’acqua di scorrere per naturale gravità – e poi ridiscendere verso la fontana, situata a una quota più bassa rispetto alla fonte.

Per innescare il flusso continuo sfruttando il principio del sifone, era necessario compiere una precisa operazione: si doveva spingere l’acqua oltre il punto più alto del percorso utilizzando una pompa a mano. In quella cima era stato installato un rubinetto di sfiato; una volta superato l’ostacolo e chiuso lo sfiato, la discesa dell’acqua verso la fontana creava il vuoto nel tubo, risucchiando costantemente nuova acqua dalla sorgente.

Questo equilibrio, però, era fragilissimo. Bastava una micro-fessura nella condotta, talmente piccola da non provocare perdite d’acqua evidenti, ma sufficiente a far entrare l’aria. Una volta aspirata l’aria all’interno, l’effetto sifone si interrompeva bruscamente, svuotando il tubo e costringendo gli abitanti a ripetere da capo l’intera, faticosa procedura di adescamento.