Naufraghi per gioco nel ‘Podeme’

Il racconto che segue circolava nel secolo scorso per bocca di uno dei protagonisti; pare si sia svolto durante un’estate verso la fine del diciottesimo secolo.

Bepi, Toni e Nane, tre ragazzetti della contrà con una irrefrenabile voglia di divertirsi, una domenica pomeriggio – approfittando dell’assenza dei padri, impegnati in osteria tra partite a carte e bicchieri di vino – ebbero un’idea tanto originale quanto azzardata: improvvisarsi barcaioli.

Come imbarcazione scelsero la mesa del mas-cio.

mesa del mas/cio: si tratta di un recipiente rettangolare in legno a forma di vasca ed a tenuta d’acqua. Le dimensioni approssimative 180 x 70 x70 centimetri. Serviva per porre il maiale sgozzato, per pelarlo con l’ausilio di coltelli ed acqua bollente.

La stagione particolarmente piovosa aveva inzuppato il terreno a tal punto da trasformare il fondale del Pòdeme in un piccolo lago; c’era chi, forse esagerando, sosteneva che in caso di piogge abbondanti e prolungate, quella conca si riempisse completamente.

Verso sera, pronti per l’avventura, prepararono due pertiche da usare come remi e si imbarcarono. In tre, accovacciati sul fondo per cercare di mantenere un minimo di stabilità, iniziarono a spingere finché quella vasca improvvisata, priva di chiglia, abbandonò il terreno e prese a galleggiare.

L’entusiasmo fu immediato: per quei giovani marinai era un’esperienza mai provata, un mix di adrenalina e risate fragorose.

Allontanatisi dalla riva, la buona sorte sembrò assisterli. La precaria imbarcazione iniziò a dirigersi verso il centro del bacino, aumentando la loro euforia. Presi dal gioco, non si curarono di riflettere sul perché di quel movimento. Tuttavia, dopo pochi minuti, si resero conto che qualcosa di inquietante stava accadendo: il natante, oltre a puntare al centro, aveva iniziato a descrivere un moto circolare, disegnando una spirale sempre più stretta e veloce.

Quando ormai avvertirono il pericolo, si trovarono sopra diversi metri d’acqua. I loro remi di fortuna divennero inutili e, da abili nuotatori che non avevano mai visto altro specchio d’acqua se non quello di una fontana, il panico prese il sopravvento. Tra grida di aiuto e invocazioni disperate, il terrore li colse appieno.

Nel frattempo, a riva, alcuni amici stavano assistendo alla scena. Bijo, il più grande e sveglio, ebbe la prontezza di correre a casa a recuperare una lunga corda. Tornato al laghetto, si immerse fino al bacino e, con tutta la forza della disperazione, lanciò la corda verso i compagni. Dopo ripetuti tentativi, i ragazzi a bordo riuscirono finalmente ad afferrarla, venendo così tratti in salvo prima che la situazione precipitasse definitivamente.

Quel vortice non era altro che l’inghiottitoio al centro della grande dolina che, sotto il peso dell’acqua, si era attivato come un tappo stappato, risucchiando tutto ciò che vi passava sopra.


Una curiosità sul toponimo Pòdeme: nell’antico linguaggio cimbro, questo termine indicava un fondo coltivato, ovvero un terreno protetto, fertile e pianeggiante. Non è raro, infatti, ritrovare questo toponimo disseminato tra le colline della zona.